Zucchero e catrame di Giacomo Cardaci

di Chiara Palumbo


La marginalità non è glamour. La marginalità non è consolante. La marginalità non è vincente. E non lo diventa. È con questa consapevolezza lucida e “brutale si arriva a chiudere le pagine di “Zucchero e catrame” di Giacomo Cardaci, uscito per Fandango Libri facendo parlare di sé meno di quanto meritasse.


“Sguardo maligno di Dio” che si perde dentro una metropoli che della città luminosa e vincente del centro conserva una eco lontana e fasulla, quasi come le voci di quei ragazzini che restano “a piedi nudi a giocare nei prati” in quell’intrico di vie a ridosso della stazione in cui, nell’oggi in cui a scendere dal treno è il giovanissimo Cesare, resta soltanto la risulta sporca e abbandonata di case che sono tuguri dove si ammassa chi arriva sognando la città. Come la famiglia di Cesare appunto, partita dalla provincia di Udine, l’archetipo ideale della provincia dove tutti si riconoscono, dove i confini stretti rassicurano.
O stritolano, se sei diverso. Se non sai fare a botte, se la tua migliore amica è una Barbie. Almeno fino a che al tuo banco non si siede una ragazza brutta e con la mamma con la faccia verde, Ines, o meglio Lines.


Bastano lei e una vicina capace di offrire un bagno caldo a te e Miss Raperonzolo e un abito nuovo per lei per non sentire. O almeno per sopravvivere. Perché sì, la suora malefica che rapisce la bambola si sente, i compagni di classe che ti chiamano “Vanessa” si sentono. Eppure con le persone giuste accanto si può provare a sopravvivere. Almeno finchè tuo padre, ufficialmente barista, ufficiosamente protagonista di strani traffici da nascondere nei doppifondi, non dcide di sradicarti da quel che conosci per venderti un’illusione di luci e grandi spazi. E da un giorno all’altro Cesare, suo fratello Fabrizio e sua madre consumata da se stessa si trovano gettati in un mondo affamato di nuovi appigli. E uno, per Cesare c’è: bellissimo e crudele, Gabbo, il sogno impossibile che non lo lascerà mai. E in nome del quale cedere al disgusto dello sfruttamento, all’orrore laido di un uomo che cerca ragazzini per farsi umiliare da loro. Capace persino lui di scacciarlo, eppure di trasformare solo lui nel capro espiatorio di un vortice osceno.


Cardaci – avvocato che di storie come quella di Cesare ne ha incontrate tante – trova la forza e la parola antiretorica per raccontare anche l’abisso della prostituzione minorile, nelle sue pagine. Ma racconta soprattutto quegli angoli bui e sempre sotto il sole che popolano la Milano di oggi grattando appena con l’unghia sotto la patina della capitale morale.
E lo fa con la stessa sincerità inevitabile con cui Pasolini raccontava i ragazzi di vita delle borgate romane, con la vitalità con cui Tondelli raccontava le notti emiliane. Non c’è abiezione, nei suoi protagonisti, non c’è qualcuno che vive la paura di aver perso tutto o del giudizio dell’altro. Ci sono vite ai margini di tutto dove niente può accadere se non nel modo in cui accade.


Non c’è spazio per icone di ribellione, per storie di riscatto e di periferie che improvvisamente diventano centro di racconto, acquistano il fascino con cui si parte per un viaggio e si osservano da fuori mondi che non ti appartengono.
C’è una città “capovolta”, per usare in senso letterale un termine che non ha caso ha descritto, nel modo più deteriore, l’omosessualità per metonimia con pratiche e festini perfetti per scandalizzare dalle pagine dei giornali la borghesia perbenista delle grandi città.
Qui c’è un mondo, invece, che è sì rovesciato. Ma che si sta molto attenti a non vedere.
Cardaci butta il suo lettore dentro la realtà che racconta, senza appello. Con la leggerezza a tratti buffa e inconsapevole dei bambini – perché bambini sono, quasi tutti, i suoi protagonisti, sorpresi a tratti da se stessi e dalle proprie pulsioni – con la semplicità senza pietà di quello che accade. E da cui il lettore non può che esser preso alla gola nel momento in cui – se riesce a non sollevare un muro protettivo tra le sue emozioni e il mondo – deve accorgersi che sotto l’opera d’ingegno di un autore consapevole sta l’avvertenza a lettere chiare “signori, qui niente è inventato”.


Lo fa, però, con la consapevolezza letteraria dello scrittore di razza, che asciuga le parole perché sa sceglierle una per una, perchè sono quelle giuste per raccontare. Fa parlare i suoi protagonisti come ce lo si aspetta, seguendone con perizia anche la crescita e l’evoluzione, senza per questo rinunciare a una sapienza stilistica mai vezzosa e mai stonata.
Raccontare chi sta ai margini senza farne un’icona di cartapesta e senza umiliarlo è un esercizio che chiede misura esatta, rispetto e talento. Doti che Cardaci possiede e sa maneggiare. E che va reso merito in chi lo ha pubblicato d’aver riconosciuto, e al lettore il compito di valorizzare con la propria attenzione e la gratitudine che si deve a chi sa usare le pagine per metterci autenticamente scomodi: “Milano lontana dal cielo, tra la vita e la morte continua il tuo mistero”.

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