L’infinito di amare di Sergio Perroni

Di Valentina Berengo

“L’infinito fa metafora” diceva Sergio Claudio Perroni, il cui ultimo lavoro, postumo, uscito da poco per La Nave di Teseo, vede proprio il declinare all’infinito, nel titolo, e al suo interno nelle pieghe del pensiero, il verbo amare.

Si intitola infatti L’infinito di amare la pubblicazione che Perroni manda via mail alla sua editrice pochi giorni prima di scegliere di morire, un anno fa, ma si tratta invero di una composizione che aveva in animo e in punta di penna da circa una trentina d’anni. La dedica a Cettina (Caliò), la moglie, poetessa, e molto di poetico ha proprio il fraseggiare dell’autore che qui crea un flusso di coscienza “a due” che passa da lei a lui, da lui a lei, anime (e corpi) ritrovati dopo essersi persi.

Nel ragionare di loro stessi (ma sempre in terza persona, quella dell’autore che sa, perché ogni scrittore sa dell’amore) lui e lei si mettono a fuoco e poi sfuocano, in quel canto che vibra tr gli amanti, e che è fatto di dettagli, di fatti, di immagini: infinite possibilità e infinite possibilità tradite.

Se infatti Perroni ambisce (e riesce) in questa ardita doppia voce che si fa una, e che passa da mente a corpo senza soluzione di continuità, riesce al contempo a tradurre in racconto quel che ancora deve accadere, o che è accaduto, o non accadrà mai. 

L’incipit, che si chiama Oggi, e la chiusa, Domani, sono i primi a essere stati composti molti anni fa e, nel loro ipotecare il futuro in mille futuri possibili, rasentano la perfezione: “La vede dopo molti anni, qualcosa come dieci, qualcosa come ieri l’altro. La scena si svolge in un aeroporto, si svolge in un bosco, la scena si svolge in una segheria, in un atrio d’albergo, in un tram. Lei è in piedi, lei è seduta, lei è in piedi ma di profilo, è di profilo ma l’altro – di spalle non è. La trova ringiovanita, la trova invecchiata, la trova di un’età inverosimile. La trova e tanto basta”.

Forse è proprio nell’intrecciarsi di fatti e di pensieri, di promesse espresse da sentimenti rivelati dall’agire dei corpi, che Perroni compie quanto di straordinario il romanzo in un modo e la poesia in tutt’altro fanno a loro volta: Perroni trova un a terza via per dire l’amore cosa sia.

E lo fa in quella parte più corposa del libro, intitolata Ieri, che è il presente di ogni relazione, dove libera quel flusso, forse senza controllarlo del tutto, ch’è quel che ci coglie –lo sappiamo – quando l’altro diviene noi. Per un autore che ha fatto del labor limae la sua cifra (era traduttore, anche sotto pseudonimo, di nientemeno che Houellebecq, Steinbeck, Camus, Dicker, Foster Wallace, ma anche editor) l’aver consegnato al mondo una materia in parte incompiuta è forse, anche questo, un gesto di poesia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *