Rondini per formiche di Giorgio Ghiotti

Per chi non ci è nato, la provincia ha un fascino misterioso e inebriante. Che non ha bisogno d’essere rivestito di una patina di eroismo, né di veder allargare i suoi angoli sordidi nell’attesa ottusa di una mano salvifica. È, piuttosto, uno spazio-specchio. Un luogo che somiglia a chi lo vive, gli restituisce se stesso per com’è, nei vuoti o piuttosto nell’assenza dei pieni offre tempo e modo di scavarsi dentro. E facendolo di creare gli altri luoghi dove andare, disegnare i volti altrui non per come sono ma per come li immaginiamo, per come desideriamo che siano. Per, in altre parole “barattare rondini per formiche”. Nel romanzo di Giorgio Ghiotti, edito Nottetempo, la provincia ha la forma di Rora Laziale e il contenuto di tutte le Rora del mondo, che si stringe ancora di più al collo di Tommaso e Nicole dentro lo spazio di una casa dove a prendere spazio è il buio esploso nella mente di Anita, madre-assenza. Annichilita e straziata dalla fuga del marito Alfonso, in una Torino che è un altro pianeta, che suona come un abbandono che (non) finge di non esserlo. Dentro queste mura di presenze mancate Tommaso e Anita sono stati costretti a fare da soli, a farsi credere adulti e a non aspettare niente dal mondo, turando i buchi dell’infanzia perduta con una complicità granitica fatta più di silenzi che di parole, più di quotidianità che di confidenza. Mentre Anita si perde dentro se stessa, bambina affamata di cure e d’incapacità di stare nella realtà, per Tommaso e Nicole lo sguardo provincia diventa un grimaldello per aprire la scatola della realtà che sta fuori.


Per Giorgio Ghiotti, la provincia non è epica, è crudele ma senza enfasi, senza grida. La provincia è una ferita, che non si rimargina ma scorre in silenzio, mentre nessuno se ne accorge. La provincia è corpo, immaginato, osservato e poi scoperto, sperimentato. La provincia è Michele, ossessione e sottomissione, incarnazione del rifiuto negato a se stesso e da se stesso. È il punto di fuga dello sguardo verso un altrove forse possibile, verso Luca, amore e appiglio per lasciarsi tutto alle spalle, amore speranza e calore destinato all’abbandono.

In questo romanzo del 2016, crudo e luminoso come sono soltanto le cose vere, ci sono già l topoi del Ghiotti scrittore giovanissimo e maturo, evocati e riemersi fino al recente e fortunato “Gli occhi vuoti dei Santi”. C’è la famiglia, centro sacro e perduto di tutte le vite, luogo del sommo rifiuto e del legame di-sperato. C’è l’egoismo possessivo e dolcissimo proprio solo degli amori totalizzanti e viscerali, quelli usati come ancore per aggrapparsi alla vita e che le danno forma, c’è la bellezza spietata delle cose che accadono ed esplodono mentre nessuno se ne accorge. Mentre Tommaso e Nicole, inesorabilmente, crescono. C’è la fame di salvezza che – senza dei a cui pregare – ha le sembianze delle cose d’ogni giorno, di una “madre che riempie la lavatrice come una mancanza da cui uscire redenta”. C’è la letteratura – anche nella forma esatta della matematica – che tutto informa e tutto spiega – dove l’amore è Fermat e la realtà è Gombrovicz.


C’è il realismo lirico – più che magico – e onirico, la realtà fatta di visioni che assalgono e allontanano la ricerca di un appiglio, di un “noi che non è un nome ma un tempo ben preciso, futuro indicativo. Una speranza che si radica ostinata in un presente di incertezza, cullato dall’esplosione della tv commerciale, scosso dal tempo degli incerti dove vero e fals si confondono, della guerra in Iraq, del Crac Parmalat, delle Torri Gemelle. C’è l’equilibrio. I vuoti emotivi ma “in provincia è sempre pieno di qualcosa e in provincia non è mai troppo, è il respiro sospeso e gli occhi stranieri e le orecchie tese come antenne. C’è l’amore totale per la vita di chi diventa adulto con una rapidità che lo sorpassa ma con la goffaggine dei bambini, e la morte compagna, mano pietosa d’amica e di quiete.
C’è, soprattutto una lingua raffinatissima, germogliata dalla poesia, lingua colta e mai sovrabbondante, precisa e sorprendente. C’è la lingua della provincia, che Ghiotti svela o reinventa. Una lingua che non ha bisogno di cercare il basso, il volgare. Se la si ascolta con attenzione, anche la provincia parla in poesia.

E se così non fosse, sempre meglio “barattare una rondine morta per una formica cieca. Tanto il mondo se si può si vede, se no s’inventa”.

Zucchero e catrame di Giacomo Cardaci

di Chiara Palumbo


La marginalità non è glamour. La marginalità non è consolante. La marginalità non è vincente. E non lo diventa. È con questa consapevolezza lucida e “brutale si arriva a chiudere le pagine di “Zucchero e catrame” di Giacomo Cardaci, uscito per Fandango Libri facendo parlare di sé meno di quanto meritasse.


“Sguardo maligno di Dio” che si perde dentro una metropoli che della città luminosa e vincente del centro conserva una eco lontana e fasulla, quasi come le voci di quei ragazzini che restano “a piedi nudi a giocare nei prati” in quell’intrico di vie a ridosso della stazione in cui, nell’oggi in cui a scendere dal treno è il giovanissimo Cesare, resta soltanto la risulta sporca e abbandonata di case che sono tuguri dove si ammassa chi arriva sognando la città. Come la famiglia di Cesare appunto, partita dalla provincia di Udine, l’archetipo ideale della provincia dove tutti si riconoscono, dove i confini stretti rassicurano.
O stritolano, se sei diverso. Se non sai fare a botte, se la tua migliore amica è una Barbie. Almeno fino a che al tuo banco non si siede una ragazza brutta e con la mamma con la faccia verde, Ines, o meglio Lines.


Bastano lei e una vicina capace di offrire un bagno caldo a te e Miss Raperonzolo e un abito nuovo per lei per non sentire. O almeno per sopravvivere. Perché sì, la suora malefica che rapisce la bambola si sente, i compagni di classe che ti chiamano “Vanessa” si sentono. Eppure con le persone giuste accanto si può provare a sopravvivere. Almeno finchè tuo padre, ufficialmente barista, ufficiosamente protagonista di strani traffici da nascondere nei doppifondi, non dcide di sradicarti da quel che conosci per venderti un’illusione di luci e grandi spazi. E da un giorno all’altro Cesare, suo fratello Fabrizio e sua madre consumata da se stessa si trovano gettati in un mondo affamato di nuovi appigli. E uno, per Cesare c’è: bellissimo e crudele, Gabbo, il sogno impossibile che non lo lascerà mai. E in nome del quale cedere al disgusto dello sfruttamento, all’orrore laido di un uomo che cerca ragazzini per farsi umiliare da loro. Capace persino lui di scacciarlo, eppure di trasformare solo lui nel capro espiatorio di un vortice osceno.


Cardaci – avvocato che di storie come quella di Cesare ne ha incontrate tante – trova la forza e la parola antiretorica per raccontare anche l’abisso della prostituzione minorile, nelle sue pagine. Ma racconta soprattutto quegli angoli bui e sempre sotto il sole che popolano la Milano di oggi grattando appena con l’unghia sotto la patina della capitale morale.
E lo fa con la stessa sincerità inevitabile con cui Pasolini raccontava i ragazzi di vita delle borgate romane, con la vitalità con cui Tondelli raccontava le notti emiliane. Non c’è abiezione, nei suoi protagonisti, non c’è qualcuno che vive la paura di aver perso tutto o del giudizio dell’altro. Ci sono vite ai margini di tutto dove niente può accadere se non nel modo in cui accade.


Non c’è spazio per icone di ribellione, per storie di riscatto e di periferie che improvvisamente diventano centro di racconto, acquistano il fascino con cui si parte per un viaggio e si osservano da fuori mondi che non ti appartengono.
C’è una città “capovolta”, per usare in senso letterale un termine che non ha caso ha descritto, nel modo più deteriore, l’omosessualità per metonimia con pratiche e festini perfetti per scandalizzare dalle pagine dei giornali la borghesia perbenista delle grandi città.
Qui c’è un mondo, invece, che è sì rovesciato. Ma che si sta molto attenti a non vedere.
Cardaci butta il suo lettore dentro la realtà che racconta, senza appello. Con la leggerezza a tratti buffa e inconsapevole dei bambini – perché bambini sono, quasi tutti, i suoi protagonisti, sorpresi a tratti da se stessi e dalle proprie pulsioni – con la semplicità senza pietà di quello che accade. E da cui il lettore non può che esser preso alla gola nel momento in cui – se riesce a non sollevare un muro protettivo tra le sue emozioni e il mondo – deve accorgersi che sotto l’opera d’ingegno di un autore consapevole sta l’avvertenza a lettere chiare “signori, qui niente è inventato”.


Lo fa, però, con la consapevolezza letteraria dello scrittore di razza, che asciuga le parole perché sa sceglierle una per una, perchè sono quelle giuste per raccontare. Fa parlare i suoi protagonisti come ce lo si aspetta, seguendone con perizia anche la crescita e l’evoluzione, senza per questo rinunciare a una sapienza stilistica mai vezzosa e mai stonata.
Raccontare chi sta ai margini senza farne un’icona di cartapesta e senza umiliarlo è un esercizio che chiede misura esatta, rispetto e talento. Doti che Cardaci possiede e sa maneggiare. E che va reso merito in chi lo ha pubblicato d’aver riconosciuto, e al lettore il compito di valorizzare con la propria attenzione e la gratitudine che si deve a chi sa usare le pagine per metterci autenticamente scomodi: “Milano lontana dal cielo, tra la vita e la morte continua il tuo mistero”.

L’infinito di amare di Sergio Perroni

Di Valentina Berengo

“L’infinito fa metafora” diceva Sergio Claudio Perroni, il cui ultimo lavoro, postumo, uscito da poco per La Nave di Teseo, vede proprio il declinare all’infinito, nel titolo, e al suo interno nelle pieghe del pensiero, il verbo amare.

Si intitola infatti L’infinito di amare la pubblicazione che Perroni manda via mail alla sua editrice pochi giorni prima di scegliere di morire, un anno fa, ma si tratta invero di una composizione che aveva in animo e in punta di penna da circa una trentina d’anni. La dedica a Cettina (Caliò), la moglie, poetessa, e molto di poetico ha proprio il fraseggiare dell’autore che qui crea un flusso di coscienza “a due” che passa da lei a lui, da lui a lei, anime (e corpi) ritrovati dopo essersi persi.

Nel ragionare di loro stessi (ma sempre in terza persona, quella dell’autore che sa, perché ogni scrittore sa dell’amore) lui e lei si mettono a fuoco e poi sfuocano, in quel canto che vibra tr gli amanti, e che è fatto di dettagli, di fatti, di immagini: infinite possibilità e infinite possibilità tradite.

Se infatti Perroni ambisce (e riesce) in questa ardita doppia voce che si fa una, e che passa da mente a corpo senza soluzione di continuità, riesce al contempo a tradurre in racconto quel che ancora deve accadere, o che è accaduto, o non accadrà mai. 

L’incipit, che si chiama Oggi, e la chiusa, Domani, sono i primi a essere stati composti molti anni fa e, nel loro ipotecare il futuro in mille futuri possibili, rasentano la perfezione: “La vede dopo molti anni, qualcosa come dieci, qualcosa come ieri l’altro. La scena si svolge in un aeroporto, si svolge in un bosco, la scena si svolge in una segheria, in un atrio d’albergo, in un tram. Lei è in piedi, lei è seduta, lei è in piedi ma di profilo, è di profilo ma l’altro – di spalle non è. La trova ringiovanita, la trova invecchiata, la trova di un’età inverosimile. La trova e tanto basta”.

Forse è proprio nell’intrecciarsi di fatti e di pensieri, di promesse espresse da sentimenti rivelati dall’agire dei corpi, che Perroni compie quanto di straordinario il romanzo in un modo e la poesia in tutt’altro fanno a loro volta: Perroni trova un a terza via per dire l’amore cosa sia.

E lo fa in quella parte più corposa del libro, intitolata Ieri, che è il presente di ogni relazione, dove libera quel flusso, forse senza controllarlo del tutto, ch’è quel che ci coglie –lo sappiamo – quando l’altro diviene noi. Per un autore che ha fatto del labor limae la sua cifra (era traduttore, anche sotto pseudonimo, di nientemeno che Houellebecq, Steinbeck, Camus, Dicker, Foster Wallace, ma anche editor) l’aver consegnato al mondo una materia in parte incompiuta è forse, anche questo, un gesto di poesia.